Il corpo che non ascoltavo

Un musicista dentro il Metodo RITMìA®: perché la gestione dell’emotività performativa non parte dalla testa, ma dal corpo

di Gianfranco Rorato


Per anni ho convissuto con una rigidità cronica a spalle e collo senza darle peso. Mi accompagnava fin da bambino e proprio per questo l’avevo normalizzata: era la mia condizione abituale, non un segnale da ascoltare.

Suonavo, insegnavo, e intanto trattavo il corpo come uno strumento tecnico al servizio della musica: qualcosa da gestire e controllare, non da ascoltare. Oggi riconosco l’errore. Il corpo parlava; ero io a non conoscere ancora la sua lingua.

Non è soltanto la mia storia: la pratica musicale, condotta senza consapevolezza corporea, espone a posture prolungate, movimenti ripetuti, stress da prestazione. Ma prima ancora dei disturbi, il rischio è culturale: crescere dentro una didattica in cui corpo, emozione e musica restano separati, e il corpo è un mezzo, mai un interlocutore.

La svolta del respiro

A cogliere prima di me ciò che non sapevo ascoltare è stata Sonia Simonazzi, fondatrice del  Metodo RITMìA® e figura centrale del mio percorso: fin dalla formazione ha osservato il mio modo di rapportarmi al corpo e ha saputo indirizzarmi con sensibilità, anche quando gli infortuni rischiavano di fermare la pratica. La porta d’ingresso è stata il Canto dei Respiri, la prima pratica RITMìA®  in cui ho sentito davvero qualcosa cambiare: il respiro non più automatico e inconsapevole, ma scelto, guidato, ascoltato. Da lì ho capito che il respiro è il punto di ingresso nel ritmo, nella relazione, nell’ascolto profondo. E ho cominciato a usarlo: respirare consapevolmente prima di suonare è diventato il mio modo di scegliere di essere presente prima ancora di cominciare.

La performance è ovunque

RITMìA®  mi ha reso evidente una cosa: performo ogni volta che qualcuno mi osserva. Non solo in concerto: nella lezione aperta con i genitori in sala, nel saggio in cui presento, nel laboratorio condotto davanti ad altri esperti in formazione, davanti a una classe di bambini. In tutti questi contesti il corpo è esposto e reagisce al giudizio — soprattutto al mio — in modo preciso: il respiro si blocca per primo, poi le spalle si alzano, lo sguardo si abbassa, la postura si chiude. Non è una scelta: è una risposta automatica alla percezione di essere valutati. Riconoscere questi segnali è il primo passo per abitarli con più presenza, e il metodo mi ha dato strumenti concreti per farlo: accorgermi di come il corpo è posizionato, di come si muove un braccio, di come il respiro agisce. Ascolto di sé, prima di ogni discorso razionale.

Un limite che insegna

Un vecchio infortunio mi impedisce di sedermi sui talloni, una postura che nella pratica RITMìA®  ha un ruolo significativo. Ho toccato con mano cosa significa un limite che non si può “volere via” con la determinazione. E proprio lì ho capito una cosa preziosa: il metodo non chiede un corpo perfetto. Chiede di essere presenti nel corpo che si ha.

Corpo libero, emozione libera

Nella mia esperienza esiste un circolo virtuoso: quando il corpo è meno teso e sovraccarico, l’emotività diventa più gestibile; quando l’emotività è più stabile, il gesto si libera, la musica fluisce, la relazione con il gruppo si fa più autentica. È un’osservazione personale, maturata negli anni di pratica. Ciò che appartiene al metodo è la cornice: RITMìA® non è una tecnica di rilassamento né una terapia. È un metodo che mette al centro la relazione tra corpo, suono, movimento ed emotività, e che parte dall’ascolto corporeo, non dalla tecnica né dalla teoria.

Cosa porto ai miei allievi

Da insegnante di pianoforte, oggi cerco spazi per condividere con gli allievi — anche i più giovani — semplici gesti di ascolto corporeo: fermarsi un attimo prima di suonare, respirare, percepire il proprio asse, sentire dove si è rigidi e dove liberi. Non si tratta di trasformare la lezione in un momento di rilassamento, ma di costruire una cultura del corpo come parte integrante della formazione musicale. La musica ha bisogno di un corpo presente, che respira, che sente, che si apre. RITMìA®, per me, è stata la via per tornarci.